Il peggior nemico di Huawei non è Donald Trump, ma l’incertezza. Perché se con Donald Trump le trattative sembrano essere quantomeno in corso, nella speranza di trovare uno spiraglio di trattativa che sblocchi definitivamente l’arrivo di Android Q sui terminali in distribuzione, con l’utenza invece le frizioni rischiano di consumarsi immediatamente e con effetti deleteri. Un report firmato da Bloomberg, infatti, indica come possibile una pesante caduta delle vendite di terminali Huawei in tutto l’occidente, portando ad un risultato estremamente pesante che metterebbe il manico del coltello direttamente nelle mani del presidente USA.

Huawei, rischio caduta: -40%/-60%

Secondo quanto riportato da Bloomberg (peraltro a semplice conferma di quanto già emerso nelle settimane scorse dal South China Morning Post), Huawei si starebbe preparando ad una caduta del 40-60% delle vendite a livello internazionale. Huawei ha già respinto a suo tempo tali addebiti, spiegando di non aver ravvisato alcun rallentamento nei propri livelli di produzione:

Huawei rifiuta queste affermazioni. Il livello della nostra produzione globale è normale, senza alcun aggiustamento evidente in ambo le direzioni.

Le stime sarebbero in questa fase talmente basse che, onde evitare possibili flop di mercato con tutti i costi correlati, addirittura il gruppo potrebbe bloccare la distribuzione di quel Honor 20 che in Italia sarebbe dovuto arrivare probabilmente a partire dal 28 giugno (con grandi promesse “macro“). Ciò che non piace agli utenti, non piace ai carrier: secondo Bloomberg anche gli accordi di distribuzione potrebbero insomma saltare, generando una catena di conseguenze naturali che portano all’isolamento del brand cinese in questa complessa fase di stallo.

Update: annunciato invece proprio in queste ore l’arrivo in Italia, “prossimamente”, di Honor 20 Pro.

Huawei è ad oggi il marchio di maggior crescita nel comparto a livello internazionale: lo stesso brand che ha spaventato Samsung ed Apple grazie a prodotti di chiara qualità e di forte successo commerciale, oggi è messo alla berlina dal diktat USA che ha imposto di non cooperare più con un’azienda che gli Stati Uniti vedono come strumento di spionaggio nelle mani del governo cinese. Quando Google ha annunciato che non avrebbe più concesso la licenza per Android, il caso è esploso a livello internazionale e nel modo più pericoloso: è diventato notizia di pubblico dominio, scatenando i timori di quanti, in attesa di capire quale smartphone acquistare, hanno optato per una soluzione alternativa e più sicura. Huawei ha sempre negato e respinto le accuse USA, ma al momento Trump si dimostra irremovibile. Spiragli di trattativa emergono tra le righe, rumors indicano la possibilità che Android Q possa arrivare presto su alcuni terminali, ma nel frattempo l’incertezza si impone sovrana palesandosi come causa primaria dell’ipotizzato crollo delle vendite.

In questo contesto emerge il rinvio del Mate X a settembre, l’Honor 20 rimane in bilico e per la prima volta il mercato del gruppo non dipende tanto dai favori degli utenti (mai come in questa fase propensi ad acquistare un dispositivo Huawei), quanto dai capricci di una situazione geopolitica che ha scatenato proprio su Huawei le sue conseguenze peggiori. Solo le ottime previsioni di vendita sul mercato cinese sembrano poter compensare – in parte – l’ipotetica caduta sui mercati occidentali, ma l’isolazionismo forzato non sarebbe comunque una buona prospettiva.

Se il report Bloomberg fosse confermato, insomma, la bontà dell’innovazione Huawei su tutti i suoi ultimi terminali in ogni fascia di mercato sarebbe vanificata al di qua della Grande Muraglia dai timori di non poter aggiornare il dispositivo alla prossima versione di Android. Nessun fork proprietario sembra convincere gli utenti: al momento gli occhi sono puntati su Trump, sui comunicati ufficiali relativi a Honor 20 e sui prossimi dati di vendita che arriveranno da Shenzhen. Perché i rumor a questo punto non servono più: l’incertezza va respinta con nuove certezze. E l’utenza ci spera.

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    Fonte: Bloomberg