Hai mai usato la parola “cringe“? Allora sei old, semplice. E non lo diciamo noi: lo dice l’Accademia della Crusca, sempre attenta a fotografare le bizze e le novità della lingua italiana. Chi pensa che una lingua vada studiata e adoperata nella sua funzione di istituzione immodificabile, ignora quanto proprio la ricchezza dell’Italiano stia nella sua variabilità nel tempo, nella sua apertura e nella sua capacità di assorbire tutto il meglio delle sfumature che il mondo propone. Variabilità e sfumature, appunto, come una parola come “cringe” può offrire.

Cringe

Cringe significa “imbarazzante”, ma anche qualcosa di più, o almeno in un altro modo: sono le sfumature a plasmare le parole e sono i loro contesti d’uso a dipingerne il profilo. L’etimologia è di origine inglese, dove “to cringe” indica sostanzialmente l’atto del provare imbarazzo. Nell’Italiano l’aumento è recente, con diffusione principale online, quindi tra un pubblico giovane e su piattaforme social. Una derivazione anglosassone senza mezzi termini, ma progressiva: ci sono voluti anni prima che entrasse davvero nelle abitudini, fino a registrare nel mese di dicembre 2020 fino a 402 mila risultati su Google.

Così la Crusca:

Nel significato che ha assunto sul web, cringe è registrato in inglese dall’Urban Dictionary, dizionario online di gergalismi compilato da utenti di lingua inglese, come “when someone acts/ or is so embarrassing or awkward , it makes you feel extemely ashamed and/or embarrassed” (quando qualcuno si comporta o è così imbarazzante da farti sentire estremamente pieno di vergona e/o imbarazzato) e, in Italia, dal portale Slengo (“dizionario online dedicato ai neologismi e al gergo in lingua italiana, curato dal popolo di Internet”) che lo definisce “un momento, una frase, una scena, un meme o una persona che creano imbarazzo e un leggero disagio e imbarazzo in coloro che guardano o ascoltano” riportando a esempio la frase, evidentemente gergale, “Fra, piantala di parlare, stai diventando cringe”.

In Italia, insomma, il termine è diventato specificatamente come descrittivo di una situazione, un momento, un fatto preciso e circostanziato. Nasce dunque come una vera e propria etichetta da sovrapporre a luoghi o situazioni, nonché come hashtag di medesima funzione. Parola breve, parola chiara, parola esplicativa: perfetta per il mondo degli smartphone e dei social, a metà tra l’evocazione e l’hashtag situazionale, non può che entrare di diritto tra i neologismi di questo decennio.

-errimo

Se la parola “cringe” non la trovi bellissima, magari la potrai però trovare “bellerrima”. Certo, si sta giocando con la lingua, cosa che può permettersi di fare o chi non la conosce (e quindi la violenta) o chi tenta di farne un uso migliore (pur se scanzonato, e quindi sotto forma di burla). L’Accademia della Crusca non si cura né degli uni né degli altri, ma fotografa semplicemente quanto succede ricordando come il suffisso “-errimo” sia diventando desueto pur confermandosi e radicalizzandosi in alcune situazioni:

acre          >          acerrimo
celebre      >         celeberrimo
integro      >          integerrimo
misero      >          miserrimo
salubre     >          saluberrimo

È ben noto che nell’espressione dell’intensificazione i parlanti cercano espressività, non banalità. Questo spiega il reclutamento come intensificatori di parole che originariamente avevano significati diversi, ma che sembrano “meno banali” degli intensificatori più frequenti, come molto, tanto, e il suffisso –issimo. Un esempio: quando Paolo Villaggio usò l’espressione una cultura mostruosa, non intendeva certo parlare di una cultura “di estrema bruttezza”, ma di una grande o grandissima cultura. L’aggettivo mostruoso viene usato qui in senso traslato per esprimere in modo “non banale” un alto grado di possesso di qualcosa. Questo desiderio di esprimere in modo non banale, a volte non disgiunto da ironia, l’alto grado di possesso di una qualità, che è normalmente espresso con forme di superlativo, sta alla base dell’uso del suffisso –errimo anche per formare il superlativo di aggettivi che normalmente lo avrebbero in –issimo (o che per lo più non si usano al superlativo), come tristerrimo e egregerrimo.

Non c’è dubbio sul fatto che l’Italiano sia in assoluto una delle lingue più belle e più ricche del mondo, ma proprio per questo motivo prenderla troppo sul serio significa distorcerne i valori evocativi. Al tempo stesso, impoverirla con un uso ridotto del suo ricco vocabolario è un peccato che le nuove generazioni dovrebbero evitare con ogni loro forza. Questo sforzo avrebbe altresì un valore abilitante, perché permetterebbe di “osare” licenze poetiche e stilistiche, autorizzando l’ingresso di “cringe” e di altri neologismi da usare in commistione con suffissi come -errimo e molti altri.

Oggi non parliamo lo stesso Italiano di 200 anni fa e tra 200 anni non si parlerà lo stesso Italiano di oggi. Ma sta a noi scegliere se si parlerà una lingua più ricca e varia o più povera e banale. E questo influirà moltissimo sul futuro del Paese, perché lingua e intelligenza hanno basi comuni.