La fotografia da smartphone non è più soltanto una questione di sensori, megapixel e algoritmi. È diventata uno strumento di racconto quotidiano, immediato, accessibile e sempre più centrale nel modo in cui le nuove generazioni osservano se stesse e il mondo che le circonda.
È questo il punto più interessante emerso durante la conferenza stampa di apertura di “Portrait of Italians”, la mostra fotografica realizzata in collaborazione tra realme e l’Accademia di Belle Arti di Roma, ospitata negli spazi del Campo Boario. Il progetto raccoglie gli scatti degli studenti dell’Accademia e li trasforma in un percorso espositivo dedicato al ritratto contemporaneo, inteso non solo come immagine di un volto, ma come modo personale di leggere identità, luoghi, relazioni e quotidianità.
All’incontro sono intervenuti Cecilia Casorati, direttrice dell’Accademia, Claudio Libero Pisano, docente ABA, e Angelica Maci, PR Manager di realme Italia. Se gli interventi istituzionali hanno inquadrato il valore formativo e progettuale dell’iniziativa, è stato soprattutto il contributo di Maci a chiarire il senso della collaborazione dal punto di vista del brand.
realme: lo smartphone come strumento per esprimere talento
Nel suo intervento, Angelica Maci ha spiegato come “Portrait of Italians” rappresenti bene l’identità di realme, un marchio che da sempre guarda ai giovani non soltanto come pubblico di riferimento, ma come protagonisti attivi di creatività, sperimentazione e linguaggi visivi.
Il punto centrale non è stato presentare lo smartphone come semplice prodotto tecnologico, ma come strumento a disposizione di chi crea. Maci ha sottolineato che oggi tutti abbiamo in tasca uno smartphone con una fotocamera, ma ciò che conta davvero non è solo la dotazione tecnica del dispositivo: è lo sguardo di chi lo utilizza.

È una lettura interessante, perché sposta l’attenzione dalla scheda tecnica alla relazione tra mezzo e autore. La tecnologia, in questo contesto, non deve imporsi sull’immagine, ma consentire a chi scatta di concentrarsi su ciò che vuole raccontare. Secondo realme, la collaborazione con l’Accademia non doveva quindi limitarsi a una classica partnership di visibilità, ma diventare un’occasione concreta per sostenere formazione, sperimentazione e creatività degli studenti.
Da qui nasce anche la scelta di lavorare sulla fotografia di ritratto attraverso la realme 16 Pro Series, pensata dal brand proprio per questo tipo di utilizzo. Maci ha richiamato brevemente alcune caratteristiche tecniche, tra cui il sistema di lunghezze focali e il sensore da 200 MP, ma il passaggio più rilevante è stato un altro: queste soluzioni hanno permesso agli studenti di concentrarsi sulla composizione, sull’idea e sull’identità dell’immagine, senza essere frenati dallo strumento.
Il risultato, come evidenziato durante la conferenza, è una mostra in cui opere nate dallo stesso tema e dallo stesso dispositivo assumono direzioni molto diverse. Alcuni lavori puntano sul primo piano, altri su un registro più intimo e introspettivo, altri ancora mettono il soggetto in relazione con l’architettura urbana e con lo spazio circostante. È proprio questa varietà a rendere il progetto più interessante: non una dimostrazione tecnica, ma un modo per osservare come una generazione interpreta il ritratto.
Una mostra sullo sguardo, non sui megapixel
Il tema dei 200 MP resta naturalmente importante, soprattutto per un dispositivo che vuole posizionarsi come “Portrait Master”. Tuttavia, nel contesto della mostra, il numero in sé passa in secondo piano. La qualità dell’immagine diventa un abilitatore, non il messaggio finale.
“Portrait of Italians” funziona perché mette lo smartphone in una posizione diversa da quella abituale. Non è l’oggetto da raccontare, ma il mezzo attraverso cui raccontare. La fotocamera mobile viene trattata come uno strumento ormai naturale, quotidiano, capace di entrare nella pratica artistica senza necessariamente sostituire la fotografia professionale, ma offrendo una rapidità e una libertà operative difficili da ignorare.
Anche Claudio Libero Pisano ha insistito su questo aspetto, ricordando che la fotografia spesso vive nella rapidità dell’istante. Portare con sé una macchina fotografica professionale non è sempre possibile e, in molti casi, il tempo necessario per preparare l’attrezzatura può bastare a perdere la scena. Lo smartphone, al contrario, è sempre disponibile e permette di fissare ciò che si vede nel momento in cui accade.
Questo non significa ridurre la fotografia a un gesto automatico. Al contrario, il progetto mostra come uno strumento leggero e immediato possa diventare parte di un percorso di ricerca, soprattutto quando viene inserito in un contesto formativo come quello dell’Accademia. La differenza la fanno l’intenzione, la selezione, la costruzione del punto di vista.
Il ritratto contemporaneo secondo gli studenti
Durante la conferenza è emerso più volte il tema della libertà lasciata agli studenti. L’idea di ritratto non è stata interpretata in modo rigido, ma come una traccia aperta. Questo ha permesso ai partecipanti di lavorare su immagini molto diverse tra loro, alcune più dirette, altre più stratificate, altre ancora legate alla relazione tra corpo, spazio e quotidianità.
In questo senso, la mostra non restituisce soltanto un insieme di fotografie, ma anche una possibile lettura generazionale. Gli studenti hanno usato il ritratto per raccontare se stessi, o comunque per raccontare il proprio modo di vedere gli altri. Non necessariamente attraverso immagini immediate o didascaliche, ma anche con lavori che chiedono più tempo, più attenzione e un’interpretazione meno superficiale.
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È qui che il progetto trova il suo equilibrio migliore: da un lato la dimensione tecnologica di realme 16 Pro Series, dall’altro il lavoro creativo degli studenti. La tecnologia rende possibile una certa qualità dello scatto, ma il valore finale arriva dalla scelta del soggetto, dal taglio dell’immagine, dal modo in cui il ritratto dialoga con il contesto.
Tecnologia e creatività possono dialogare
“Portrait of Italians” è quindi un progetto interessante perché evita di ridurre la fotografia mobile a una semplice prova di forza hardware. La presenza di realme è evidente, ma il cuore dell’iniziativa resta il lavoro degli studenti e la possibilità di usare uno smartphone come strumento espressivo.
La sintesi più efficace dell’intervento di Angelica Maci è proprio questa: realme vuole posizionare la propria tecnologia come supporto alla creatività dei giovani, non come elemento che sostituisce lo sguardo dell’autore. La fotocamera da 200 MP, le diverse focali e le funzioni dedicate al ritratto servono a dare più possibilità, ma non definiscono da sole il risultato.
La mostra, aperta al pubblico negli spazi del Campo Boario, diventa così un’occasione per osservare da vicino come fotografia, formazione artistica e smartphone possano convivere in un progetto comune. Non solo una vetrina per un dispositivo, ma un racconto su come le nuove generazioni usano la tecnologia per costruire immagini, identità e punti di vista.

