Perché gli smartphone non hanno più la radio FM: il vero motivo della sua scomparsa

La radio FM è quasi scomparsa dagli smartphone moderni. Tra streaming, cuffie Bluetooth e scarso interesse commerciale, ecco cosa è successo.
Perché gli smartphone non hanno più la radio FM: il vero motivo della sua scomparsa

Per anni è stata una funzione quasi scontata: collegare gli auricolari allo smartphone, aprire l’app Radio e ascoltare gratuitamente le stazioni FM locali. Nessun abbonamento, nessun account e soprattutto nessun consumo di traffico dati. Oggi trovare questa possibilità su uno smartphone di fascia alta è diventato molto più difficile.

La scomparsa della radio FM dagli smartphone non sembra però dipendere da un’impossibilità tecnica. La storia degli ultimi quindici anni mostra piuttosto una combinazione di scarso interesse commerciale, cambiamenti nel modo in cui ascoltiamo musica e programmi audio, evoluzione degli smartphone e progressivo abbandono delle cuffie cablate.

A dimostrarlo è anche la vicenda di NextRadio, probabilmente il più importante tentativo compiuto negli Stati Uniti per riportare la radio tradizionale al centro dell’esperienza mobile.

Il progetto NextRadio e l’accordo da 45 milioni con Sprint

NextRadio nacque nell’orbita di Emmis Communications con l’obiettivo di utilizzare i ricevitori FM presenti negli smartphone compatibili.

Nell’agosto 2013 NextRadio raggiunse un accordo con Sprint. I documenti finanziari depositati da Emmis presso la SEC permettono di ricostruirne con precisione le condizioni: Sprint avrebbe preinstallato l’applicazione NextRadio su almeno 30 milioni di dispositivi compatibili con FM nell’arco di tre anni.

In cambio, NextRadio avrebbe fatto da tramite affinché l’industria radiofonica versasse a Sprint 15 milioni di dollari all’anno per tre anni, oltre a una quota di alcuni ricavi generati dall’applicazione. Il valore teorico dell’accordo originario raggiungeva quindi 45 milioni di dollari.

L’esperimento incontrò però difficoltà. Alla fine del 2016 NextRadio aveva versato a Sprint circa 33,2 milioni di dollari; un successivo emendamento prevedeva altri 6 milioni, mentre Sprint accettò di cancellare 5,8 milioni ancora dovuti.

Il problema fondamentale era il modello economico. Nei documenti societari Emmis spiegava che l’applicazione non aveva generato ricavi significativi.

Non era necessariamente un problema di hardware

Uno degli aspetti più curiosi della storia è che diversi smartphone possedevano già hardware capace di ricevere la radio FM, ma la funzione poteva non essere attivata.

Il dibattito era già acceso negli Stati Uniti all’inizio dello scorso decennio. La CTIA, rappresentante dell’industria wireless, sosteneva che la scelta di offrire o meno la FM dovesse essere determinata dalle preferenze dei consumatori e dal mercato, anziché essere imposta per legge. In una testimonianza al Congresso statunitense sottolineò inoltre che esistevano già decine di dispositivi dotati di questa possibilità.

NextRadio cercò quindi di convincere operatori e produttori ad attivarla.

Nel 2015 AT&T accettò di includere l’attivazione della FM nelle specifiche dei propri smartphone Android; nel 2016 arrivò un accordo simile con T-Mobile. Alcatel e successivamente LG parteciparono all’iniziativa, mentre modelli come Galaxy S7 e S8 risultavano compatibili con NextRadio sulle principali reti statunitensi.

Anche Samsung provò a riportare la FM sugli smartphone

Nel gennaio 2018 arrivò un passaggio particolarmente significativo. Samsung annunciò attraverso NextRadio che avrebbe continuato a supportare il progetto attivando la funzionalità FM sui futuri smartphone destinati a Stati Uniti e Canada.

Nell’agosto dello stesso anno NextRadio annunciò, per esempio, la compatibilità del Galaxy Note9 nordamericano con la propria applicazione.

La storia dimostra quindi che non esisteva necessariamente una barriera tecnologica insormontabile. La presenza e soprattutto l’attivazione della FM potevano cambiare a seconda del modello, del chipset, dell’operatore e del mercato nel quale il dispositivo veniva venduto.

È un punto importante perché evita una semplificazione ancora diffusa: parlare genericamente di un «chip FM nascosto» presente in tutti gli smartphone moderni non sarebbe corretto. La disponibilità effettiva dipende dalla specifica piattaforma hardware e dalla configurazione scelta dal produttore.

Poi sono arrivati streaming e cuffie Bluetooth

Nel frattempo il mercato stava cambiando molto più velocemente della radio.

Spotify, YouTube Music, Apple Music, podcast e servizi di radio via Internet hanno trasformato lo smartphone in un dispositivo nel quale l’audio viene principalmente distribuito attraverso una connessione dati.

Già durante il dibattito statunitense del 2012 la CTIA osservava che molti consumatori sembravano preferire servizi come Pandora e Spotify perché permettevano di personalizzare ciò che ascoltavano, a differenza della programmazione lineare delle emittenti FM.

C’è anche una seconda trasformazione hardware da considerare: la scomparsa del jack audio da 3,5 millimetri.

Negli smartphone dotati di radio FM, il cavo degli auricolari veniva comunemente utilizzato come antenna. Con la progressiva migrazione verso cuffie Bluetooth e auricolari true wireless, quella soluzione è diventata molto meno pratica.

A questo si aggiungono le normali priorità progettuali di uno smartphone moderno: spazio interno, antenne cellulari sempre più sofisticate, Wi-Fi, Bluetooth, NFC, sistemi satellitari, fotocamere e batterie. Non è necessario sostenere che il 5G abbia tecnicamente «ucciso» la radio FM: è più corretto dire che una funzione percepita come secondaria ha progressivamente perso priorità in un dispositivo diventato molto più complesso.

NextRadio non riuscì a trasformare la FM in un business

Il dato forse più significativo arriva direttamente dai bilanci di Emmis.

Nel 2018 l’azienda spiegò che i tentativi di creare un consorzio dell’industria radiofonica per sostenere NextRadio e TagStation non avevano avuto successo e che non era più disposta a continuare a finanziarne le perdite.

Nello stesso periodo le perdite operative collegate alle attività NextRadio avevano raggiunto 7,6 milioni di dollari nei dodici mesi terminati nell’agosto 2018. Furono licenziati 35 dipendenti e le attività vennero drasticamente ridimensionate.

Nei documenti SEC successivi Emmis fu ancora più esplicita: TagStation e NextRadio non avevano mai raggiunto la redditività. La società decise quindi di interrompere ulteriori investimenti e, in seguito, le attività commerciali cessarono.

La scomparsa della FM dagli smartphone appare quindi soprattutto come il risultato di un mercato che non è riuscito a costruire intorno a questa funzione un modello economico sufficientemente interessante.

Eppure la FM ha ancora un vantaggio enorme

C’è però qualcosa che Spotify e le radio in streaming non possono replicare completamente.

Una trasmissione FM viene ricevuta direttamente dal telefono e non richiede una connessione Internet né traffico dati. In caso di reti cellulari congestionate o indisponibili, un’emittente locale può quindi continuare a rappresentare un importante canale informativo.

Proprio la sicurezza pubblica fu uno degli argomenti utilizzati dai sostenitori di NextRadio. Quando LG annunciò nel 2017 l’attivazione dei ricevitori FM su alcuni smartphone, il progetto sottolineò la possibilità di ricevere informazioni locali anche quando la rete cellulare fosse congestionata o fuori servizio.

È uno dei paradossi dell’evoluzione dello smartphone. Abbiamo in tasca dispositivi capaci di collegarsi contemporaneamente a reti 5G, Wi-Fi, Bluetooth e costellazioni di satelliti, ma abbiamo progressivamente rinunciato a uno dei sistemi di distribuzione dell’informazione più semplici: accendere una radio e ascoltare gratuitamente ciò che viene trasmesso nell’aria.

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