Huawei Mate 20 Pro torna a sorpresa all’interno della lista di smartphone abilitati a partecipare al programma di beta test di Android Q: qualcosa si muove in positivo per il colosso cinese, che solo ieri collezionava il ripensamento di WiFI Alliance, SD Association e Bluetooth SIG.

Mate 20 Pro fra i beta device di Android Q

Dopo l’inserimento nella Entity List statunitense, una delle prime aziende americane ad applicare il ban commerciale nei confronti di Huawei è stata Google: immediatamente, la decisione si è tradotta nella sospensione della licenza di utilizzo dei servizi di Big G, cuore dell’ecosistema Android presente nei device certificati.

Quello che è successo subito dopo ormai è noto ai più: impossibilità di certificare nuovi device e futuro incerto per quelli già venduti o nei magazzini di tutto il mondo. Dopo la tregua di 90 giorni – che ha rinviato la sospensione della licenza d’uso di Android per i terminali già certificati – in caso di conferma del ban, questi continueranno a poter utilizzare i servizi Google, riceveranno gli aggiornamenti delle app e probabilmente anche quelli di sicurezza, ma non riceveranno mai i major update di Android (le versioni successive a Pie, per intenderci).

Sembra però molto presto per trarre conclusioni , nelle ultime 24 ore qualcosa ha iniziato a muoversi nel verso giusto per Huawei: come anticipato in apertura, WiFi Alliance, SD Association e Bluetooth SIG hanno fatto un passo indietro reintegrando il colosso cinese nelle loro liste, adesso Mate 20 Pro è ricomparso fra i device abilitati al beta test di Android Q, proprio sul sito ufficiale di Google. Una conseguenza della tregua trimestrale o anche Big G – per quanto possibile – sta cercando di andare incontro a Huawei, pur rispettando l’embargo commerciale imposto da Trump? Ancora non è chiaro.

Intanto però, il colosso cinese ha iniziato a muovere i suoi passi contro gli Stati Uniti facendo (nuovamente) causa al governo statunitense con l’accusa di stare utilizzando risorse pubbliche per perseguire un’azienda privata: tutto – dichiarano i legali di Huawei – senza prove che giustifichino il timore che Huawei costituisca un pericolo per la sicurezza nazionale.

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