Dopo trailer e rinvii, ecco Pragmata. Il nuovo progetto di Capcom si basa su una sola parola: linearità. Pragmata non ha velleità da open world giganteschi, decine di quest e men che meno struttura live service. Si tratta di un titolo vecchia scuola che introduce, al contempo, modernità nelle meccaniche di gameplay abbastanza forti da renderlo una delle uscite più particolari dell’anno.
Una Luna distrutta
La trama non è il punto forte di Pragmata, ma solo il pretesto per immergerci nell’universo dominato da un’AI corrotta e spietata, da annientare prima che sia troppo tardi. Noi siamo Hugh Williams, il protagonista che si ritrova in una stazione di ricerca lunare ormai fuori controllo. Hugh si ritrova intrappolato insieme a Diana, un’androide misteriosa dall’aspetto infantile. La relazione tra i due diventa rapidamente il cuore emotivo dell’esperienza: Hugh rappresenta il lato umano, concreto e disilluso, mentre Diana è il motore narrativo che spinge il giocatore a scoprire cosa sia davvero successo sulla Luna.

La trama di Pragmata non reinventa il genere sci-fi, ma Capcom riesce a rendere il racconto coinvolgente grazie all’ottima caratterizzazione dei protagonisti e a una regia sorprendentemente sobria. Diana funziona perché non viene mai trattata come semplice mascotte emotiva: il suo rapporto con Hugh cresce gradualmente, con dialoghi credibili e momenti silenziosi che spesso valgono più delle scene spettacolari.
Sarà possibile interagire più volte con lei, regalarle dei doni che possano arricchire non solo la sua conoscenza terrestre ma far evolvere il nostro rapporto con l’androide, vero fulcro della narrazione.
Un gameplay innovativo
Dove Pragmata colpisce davvero è però nel gameplay. Capcom costruisce un action in terza persona che ruota attorno a una doppia gestione simultanea dei personaggi. Hugh combatte direttamente usando armi futuristiche, mentre Diana supporta il giocatore attraverso un sistema di hacking in tempo reale. Ed è proprio questa meccanica a rendere il gioco immediatamente riconoscibile.
Il sistema di hacking dei nemici è più facile a farsi che a dirsi. Diana utilizza i punti deboli dei nemici attraverso dei puzzle da risolvere in tempo reale, mentre Hugh sta prendendo la mira sugli androidi: il sistema può sembrare confusionario all’inizio, con i tasti azione che vengono usati come tasti direzionali, ma in realtà il feeling è completo, appagante e porta il giocatore verso una continua ricerca di hackeraggi.

In ogni caso è possibile attaccare i nemici senza hacking, ma i danni successivi all’utilizzo di Diana sono più ingenti, senza contare le possibili combinazioni date dai perk agli hackeraggi, che rendono l’esperienza più completa e i combattimenti più strategici. Il risultato è un hack and shoot che obbliga il giocatore a dividersi tra mira, movimento e risoluzione degli enigmi, con un occhio al campo di battaglia. Tutto questo diventa un caos assolutamente godibile e appagante.
Come anticipato, la progressione è lineare. Le mappe sono quasi sempre con un percorso obbligato ma non mancano sezioni segrete da scoprire, e collegamenti imprevisti tra le sezioni -soprattutto tra le più grandi-, che rendono il level design piacevole e sorprendente.
Sviluppato tramite il RE Engine, il feeling visivo è decisamente molto forte. La Luna di Pragmata è fredda e malinconica, le sue ambientazioni sono distorte da quello che è stato generato da una AI impazzita, ma non per questo meno d’impatto. L’illuminazione è convincente e non mancano i riferimenti all’immaginario sci-fi giapponese, con mascotte e jingle che strizzano l’occhio all’impronta dell’estremo oriente.
Cosa non funziona (ma il risultato è godibile)
Se dobbiamo parlare dei difetti, il punto che salta all’occhio è la varietà dei nemici. Spesso ci troviamo di fronte alle stesse combinazioni di robottoni, e il giocatore impara quasi subito a distinguere i nemici più deboli da quelli più impenetrabili.
Alcune situazioni sono ripetitive e questo fa perdere un po’ di ritmo nell’incedere costante verso l’obiettivo finale, anche se i momenti di pausa sono abbastanza ben distribuiti.

Pragmata offre un sistema di potenziamenti molto ben fatto. Al di là delle armi, la tecnologia di Hugh può essere implementata attraverso dei moduli, perk che offrono nuove opzioni nel combattimento che è possibile combinare tra loro, per avere un’esperienza di gioco decisamente personalizzata a seconda delle caratteristiche che appagano il giocatore.
Possiamo avere un approccio più difensivo, cercando di far combattere i nemici tra loro, o massimizzare i danni della nostra arma, insieme alla quantità di hacking disponibile, e questo si riflette nella varietà di scenari possibili negli scontri.
La campagna dura circa dieci ore, un tempo di gioco molto azzeccato per un’esperienza molto dritta come quella ricercata da Pragmata. Non mancano però dei mini-giochi e delle aree secondarie che allungano la durata del gameplay, insieme ad un New Game+ che rende l’esperienza completa e totalizzante.
Conclusioni
Su PS5 il risultato finale è quello di un’opera coraggiosa, diversa dal panorama attuale e capace di ricordare un periodo in cui le grandi produzioni giapponesi puntavano prima di tutto a creare meccaniche originali. Pragmata non è perfetto, e probabilmente non diventerà un blockbuster universale, ma possiede qualcosa che molti titoli moderni sembrano aver perso: un’identità precisa. E oggi, nel mercato AAA contemporaneo, è forse il complimento più importante che si possa fare a un videogioco.

