Qualche giorno fa, navigando su alcuni siti internet del nostro Paese e soprattutto stranieri, sono incappato nella notizia del fallimento di Neonode, la compagnia svedese che tempo fa si era resa interprete della difficile gestazione dei prodotti omonimi.

Neonode N2
Neonode N2

Preso da un certo sconforto, ho cercato di approfondire il discorso, ma questa pagina web dell’azienda mi ha tolto qualsiasi speranza. Diciamocelo subito: il fallimento di Neonode non mi toglierà il sonno; non ho fondi investiti nel titolo quotato alla Borsa di New York. Eppure, la bancarotta presentata dai vertici dell’azienda svedese mi lascia un po’ di tristezza. Il motivo? N1 prima e soprattutto N2 poi non erano stati brutti modelli.

Neonode N2
Neonode N2

Non tanto in valore assoluto, quanto per una importante novità nell’universo (allora poco espanso) dei cellulari touchscreen. Soprattutto il secondo nato del produttore scandinavo, N2, ci era piaciuto per la “meccanica” del touchscreen. Come vi avevamo raccontato nei consueti appuntamenti della recensione e della videoprova del modello, infatti, il touchscreen non funzionava con la semplice pressione delle dita, bensì mediante l’individuazione della posizione delle stesse sul display.

Neonode N2
Neonode N2

In buona sostanza, una lunga serie di sensori avvertiva l’esatto posizionamento delle dita sullo schermo, in un meccanismo che abbinato alla pressione assicurava maggiore affidabilità e precisione nella scelta del comando.

Neonode N2
Neonode N2

Nello specifico, si trattava di una nuova tecnologia che poi cozzava contro altri limiti tecnici, ma quello che ora ci auguriamo è che una parte di Neonode possa sopravvivere, quantomeno per sventare il rischio che questa tecnologia venga riposta in soffitta. Se esiste un brevetto, che qualcuno lo compri! Questa la mia speranza sul finire del 2008 per la “scomparsa” Neonode.