Quando guardi negli occhi del signor Enrico, dentro leggi la disillusione di chi fa lo stesso lavoro da tutta una vita. Per sua stessa ammissione, però, non potrebbe fare altro, il signor Enrico, perché il mare è più di un’occupazione, “…è uno stile di vita, anche se può sembrare una considerazione banale e buttata lì…”. Chi vi scrive ora conosce il signor Enrico, e ne può raccontare la sua storia.

I recuperi partono da qui
I recuperi partono da qui

Qualche giorno fa, per gettare alle spalle la calura e le ansie della mia Milano, ho deciso per un weekend in Liguria. Per noi lombardi, questa regione rappresenta la via più rapida per tuffarsi in mare, anche se il budello di Genova, con la sua viabilità pessima, gioca spesso brutti tiri agli amanti del fine settimana in spiaggia. Quasi fosse uno scotto da pagare.

Tra bagni e qualche mojito di troppo, tra pesce locale e amici di un tempo che ogni volta riscopri, mi sono trovato sulla riviera di Levante, al porto turistico di Chiavari, una località dall’ampio lungomare, con alcuni ristoranti in bella mostra, messi lì ad attirare il villeggiante. L’offerta è costruita ad arte, perché accanto al tipico posto a “menù fisso tutto compreso con promozione vino-incluso per l’affezionato cliente tedesco”, ci sono anche locali di notevole valore.

Uscendo da uno di questi, mi sono imbattuto nel signor Enrico. O meglio, nella vetrina del suo negozio. Il signor Enrico De Nardis è un sommozzatore. “Atipico” ama definirsi, “un po’ perché faccio questo mestiere con l’emozione del primo giorno, un po’ perché non sai mai cosa puoi trovare sui fondali. E se sembro stufo, è solo perché da qualche tempo non trovo niente”. Quello che ha spinto chi vi scrive a bloccarsi davanti alla vetrina del suo negozio, è stato questo:

I telefonini sottratti al mare...
I telefonini sottratti al mare…

Già, una lunga fila di telefoni cellulari, recuperati a distanze più o meno lontane dalla riva di Chiavari. E allora, valutata la disponibilità, mostrate le credenziali di Telefonino.net, ho iniziato a rivolgere qualche domanda al Signor Enrico. Che ha spiegato il suo rapporto con i cellulari, recuperati dai fondali e non. Questo è il suo racconto raccolto per voi, nella speranza che un giorno possiate incontrarlo.

“Io non uso un solo cellulare per la vita di tutti i giorni. In barca, quando esco con il mio lungo gozzo, mi porto sempre dietro un Nokia e51, il telefonino di sempre, ma anche un Philips Xenium, come muletto, che non si sa mai. Inizialmente usavo soltanto la radio, ma oggi è meglio avere qualcosa in più per comunicare. E quando vedi sparire sul fondo il tuo Sony Ericsson P800, capisci che forse ti serve un trattore, e non una Ferrari, se sei in mare. La Ferrari, per me un HTC Diamond, me la tengo per la sera. Faccio questo lavoro da anni. Sono un sommozzatore da quasi tre decenni, e la prima volta che sul fondo vidi un lingotto nero, era metà del 1996 – mi sembra – mi domandai se fosse una mina, lasciata lì da qualcuno. Scoprii poi che si trattava di un Nokia 2110, che io sappia uno dei primi cellulari a riscuotere grande successo sul mercato. Pensate, portava addirittura la scritta SIP davanti. Da quel giorno, ogni volta che ne trovo uno lo metto qui in vetrina, ma i pezzi più importanti li tengo nella mia casa, qui nell’entroterra ligure. Una volta trovai un T68i, un’altra uno Startac della Motorola. Non mi sono mai spiegato come certa gente potesse e possa portarsi dietro cellulari così pregiati in mare, almeno fino a quando non ho perso il mio P800! Una volta, un turista francese mi chiese di recuperargli il suo Treo. Dentro aveva i contatti di tutta una vita, mi disse, ed era certo che la custodia impermeabile fosse riuscita a salvarlo. Con cortesia, gli feci notare che c’era comunque la pressione a giocargli contro, ma lui era sicuro di poterlo recuperare. Poco convinto, uscii insieme a lui con la mia barca, arrivando più o meno nel punto esatto in cui si ricordava gli fosse sfuggito di mano. La profondità dei fondali era poca cosa, e non ebbi difficoltà a trovarlo, dopo una mezz’ora di ricerca. Ricordo che lo portai in superficie, glielo diedi, e il francese iniziò a imprecare nella sua lingua madre perché era entrata acqua. Doveva essere davvero qualcosa di importante, pensai, perché nel tragitto di ritorno verso la riva fu addirittura una lacrima a solcargli il viso. Credevo di avere visto tutto, e invece non era così. Questa è solo una delle tante storie. Ne sono capitate altre, molte altre, come quella in cui nel vano batteria di un Nokia 7110, qualcuno aveva lasciato un messaggio, incredibilmente leggibile nonostante l’acqua e il salino fossero entrati nella scocca. Diceva, semplicemente: Chiamami. Ma non ho mai avuto il coraggio di telefonare al numero che c’era, anche perché la cifra finale era sbiadita. È strano, ovviamente sui fondali non trovo solo cellulari, ma sono proprio i telefonini a incuriosirmi di più, anche perché spesso ne recupero alcuni di cui non conosco il nome, e allora inizio a cercare su internet modello e prezzo. E se leggo cifre esorbitanti, mi metto a ridere. Il mio consiglio per gli amici di Telefonino.net? Venite in Liguria, e lasciate cadere qualche cellulare in mare, che almeno potrò continuare ad aggiungere pezzi alla mia collezione. Sogno ancora di trovare sul fondo un bell’iPhone 3G”

Altri modelli sottratti alle acque
Altri modelli sottratti alle acque

Buona estate, amici di Telefonino.net

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