Se il buongiorno si vede dal mattino, il 2026 non promette bene per il portafoglio dei consumatori appassionati di tecnologia o per chiunque debba semplicemente acquistare un nuovo dispositivo di archiviazione. Ti serve un SSD? Allora cerca pure rapidamente la migliore offerta perché presto i prezzi saliranno inevitabilmente.
Fin dalle prossime settimane, infatti, il mercato dell’elettronica di consumo si troverà a dover fronteggiare una sorta di tempesta perfetta causata da due fattori concomitanti che spingeranno i prezzi verso l’alto in modo significativo. Da una parte, gli analisti prevedono una carenza ciclica di memorie RAM che porterà a un rincaro naturale dei componenti hardware su scala globale; dall’altra, in Italia, sta prendendo corpo la minaccia di un aggiornamento del cosiddetto compenso per copia privata. Quest’ultima è una tariffa che grava su ogni dispositivo dotato di memoria (PC, smartphone, SSD, chiavette, eccetera) ed è destinata a remunerare gli autori e gli artisti per la possibilità teorica che l’utente ha di effettuare copie di sicurezza di opere protette da copyright. Sebbene l’iter burocratico sia ancora in corso (ma un qualche annuncio ufficiale appare ormai cosa imminente), i segnali che giungono dalle discussioni istituzionali indicano che l’approvazione di nuovi e più pesanti prelievi potrebbe arrivare molto presto, traducendosi in un aumento diretto del prezzo finale pagato dall’utente al momento dell’acquisto.
SSD, ecco il compenso che farà aumentare i costi
Per comprendere la portata di questo cambiamento, è necessario fare un passo indietro e analizzare cosa sia effettivamente questo compenso e perché vada ormai percepito come un’imposizione del tutto anacronistica nella postura e sproporzionata nel volume. La norma nasce in un’epoca dominata dai supporti analogici e dalle prime masterizzazioni, quando era comune copiare un intero CD musicale su una cassetta o un film su un DVD vergine per uso personale (e si, anche per copie non lecite). Oggi, tuttavia, il panorama tecnologico è radicalmente mutato in favore dello streaming e del cloud storage: Spotify e Netflix la fanno da padrona, surclassando quelle che erano le quote di mercato dell’MP3 e dell’MP4. Piattaforme come Spotify, Netflix o YouTube hanno oggi reso quasi superfluo il possesso fisico dei file e la loro duplicazione manuale su supporti esterni. Nonostante questo cambiamento nelle abitudini di consumo, il sistema normativo continua a considerare ogni GB di memoria venduto come un potenziale contenitore di materiale piratato o copiato lecitamente, applicando una sorta di tassazione preventiva che prescinde dall’uso reale che il cittadino farà del dispositivo acquistato.
Le proposte di aggiornamento attualmente in ballo colpiscono con particolare incisività alcune categorie specifiche di prodotti, con gli SSD esterni e le chiavette USB in cima alla lista dei rincari. Questi strumenti, che oggi rappresentano lo standard per il backup dei dati personali e professionali, vedrebbero applicate tariffe sensibilmente più alte rispetto al passato. Il paradosso evidenziato da molte associazioni di categoria risiede nel fatto che chi acquista una chiavetta USB spesso lo fa per trasportare documenti di lavoro, fotografie personali o file temporanei, eppure si troverà a pagare una quota destinata alla SIAE come se stesse accumulando discografie musicali o film di successo. L’aumento non sarebbe inoltre soltanto simbolico, ma andrebbe a pesare in modo particolare sul costo di vendita del dispositivo, portando i prezzi dei negozi italiani a essere molto meno competitivi rispetto a quelli degli altri mercati europei dove queste tariffe sono inferiori o del tutto assenti. Non solo un danno per il consumatore, insomma, ma anche la beffa per i distributori e i produttori attivi sul mercato italiano.
Per le chiavette USB il costo è presto fatto: il prezzo finale sarà gonfiato fino al 37% (e questa parte è peraltro soggetta a IVA, amplificando l’effetto finale a danno delle tasche del consumatore). Per un SSD da 160 Euro, il compenso peserà per ben 20 euro. Cifre importanti, insomma, a danno sia degli utenti privati che delle aziende.
Anche il settore degli smartphone e dei tablet non sarà risparmiato, poiché la tendenza dei produttori a offrire dispositivi con memorie sempre più capienti si scontra frontalmente con un prelievo calcolato proprio in base alla capacità di archiviazione. Questo meccanismo genera una spirale inflattiva che colpisce il consumatore finale in modo indiscriminato, indipendentemente dal fatto che utilizzi il telefono per ascoltare musica tramite servizi in abbonamento che già pagano le royalty agli artisti o che lo usi esclusivamente per scopi lavorativi e produttivi.
Le argomentazioni portate avanti dai sostenitori di questi aumenti si basano sulla necessità di tutelare il diritto d’autore in un mondo sempre più digitale, dove la circolazione delle opere è costante e spesso difficile da tracciare. In un momento storico in cui l’Italia cerca di accelerare la sua transizione digitale, l’imposizione di nuovi balzelli sull’hardware rischia però di rallentare l’adozione di strumenti moderni di archiviazione, spingendo gli utenti verso canali d’acquisto esteri o mercati meno regolamentati. Gli effetti collaterali, insomma, si sommano agli effetti deleteri diretti che l’aumento del compenso è destinato a riversare sugli italiani.
Il paradosso ulteriore è che l’utente paga spesso due o tre volte per lo stesso contenuto: paga l’abbonamento alla piattaforma di streaming, paga il canone della connessione internet e, infine, paga la “tassa sulla memoria” nel momento in cui acquista il computer o il disco fisso su cui quella connessione viene utilizzata. Questa sovrapposizione di costi appare difficilmente giustificabile agli occhi di un’utenza consumer che vede semplicemente lievitare il costo della tecnologia senza ricevere in cambio servizi aggiuntivi o miglioramenti nelle prestazioni dei dispositivi (soprattutto se la copia privata diventa un aggravio multiplo, pagato sullo streaming, sul supporto e sul dispositivo usato).
La bozza è nota ormai da mesi, ma fin dai prossimi giorni potrebbe passare dall’essere una proposta al modificare i cartellini di troppi prodotti già sugli scaffali. Questione di settimane, forse di giorni.