La recente introduzione della tassa pacchi da 2 euro per ogni spedizione proveniente da paesi extra-UE, in vigore dal 1° gennaio 2026, si sta rivelando un vero e proprio boomerang per l’economia italiana. La misura, pensata per incrementare le entrate fiscali e coprire i costi amministrativi e doganali, sta invece generando una serie di effetti contrari alle aspettative, con impatti negativi che si stanno già manifestando su più fronti: dal calo degli sdoganamenti alla diminuzione dei voli cargo, fino alla fuga delle spedizioni verso altri hub europei.
I dati diffusi dall’Agenzia delle Dogane sono eloquenti e non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche. Nel corso della prima metà di gennaio 2026, il numero di pacchi di valore inferiore a 150 euro provenienti da paesi extra-UE e sdoganati in Italia si è ridotto drasticamente rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: si parla di un calo del 40%, con quattro pacchi su dieci che non attraversano più i confini doganali italiani. Questo crollo negli dazi doganali raccolti non solo mette a rischio l’obiettivo di incassare i 122 milioni di euro previsti dalla legge di bilancio, ma solleva anche dubbi sulla sostenibilità della misura stessa.
La reazione degli operatori del settore non si è fatta attendere. Come sottolineato da Andrea Cappa, direttore generale di Confetra, il mercato ha rapidamente trovato delle soluzioni alternative per aggirare il nuovo tributo. Sempre più spesso, infatti, le merci provenienti dall’estero vengono smistate in hub logistici di altri paesi europei come Liège, Budapest, Francoforte, Colonia o Parigi. Da qui, i pacchi raggiungono poi l’Italia via terra, eludendo così la tassa pacchi e rendendo inefficace il provvedimento dal punto di vista fiscale. Questa strategia, oltre a vanificare l’intento originario della norma, sta causando una serie di ripercussioni a catena su tutto il sistema logistico nazionale.
Uno degli effetti più immediati e tangibili riguarda la riduzione delle attività negli aeroporti italiani. La diminuzione delle spedizioni si traduce infatti in una sensibile contrazione dei voli cargo e dei volumi trasportati. Meno voli significa meno lavoro per i piazzali aeroportuali e per gli hub logistici, con il rischio concreto di tagli occupazionali e, nei casi più gravi, della chiusura di alcune strutture. Un fenomeno che sta già destando preoccupazione tra i lavoratori del settore e le amministrazioni locali, allarmate dall’impatto occupazionale e dalle possibili ricadute economiche sul territorio.
A livello politico, la questione è già arrivata in Parlamento. La deputata Erica Mazzetti di Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Milleproroghe che propone di rinviare l’entrata in vigore della tassa al 1° luglio 2026. L’intento è quello di concedere al settore il tempo necessario per individuare soluzioni alternative e mitigare gli effetti negativi già riscontrati. Tuttavia, questa proposta apre un nuovo fronte di discussione: il rischio che, dopo il rinvio, il costo della tassa possa addirittura salire fino a 5 euro per pacco, con ulteriori conseguenze sul potere d’acquisto dei consumatori e sulla competitività delle piattaforme di e-commerce internazionali.
Il paradosso della tassa pacchi è ormai evidente: una misura concepita per generare risorse rischia invece di ridurle, minando la posizione competitiva degli scali italiani e dei centri di distribuzione nazionali. Le associazioni di categoria e gli operatori chiedono a gran voce una revisione urgente della normativa, accompagnata da una valutazione dettagliata degli impatti economici. Tra le soluzioni al vaglio figurano esenzioni mirate per alcune categorie di merci, rimborsi per chi sceglie di mantenere le rotte italiane e l’introduzione di sistemi informatici che possano semplificare le procedure doganali senza gravare ulteriormente sui nodi logistici del paese.
Se non verranno adottati interventi correttivi in tempi rapidi, il rischio è che il fenomeno si intensifichi nei prossimi mesi, penalizzando non solo il settore della logistica ma anche i consumatori e i commercianti che operano sulle principali piattaforme di e-commerce. La decisione che il Parlamento dovrà prendere – se mantenere, modificare o rinviare la norma – sarà quindi cruciale per evitare ulteriori danni a un sistema economico già messo a dura prova dalla concorrenza internazionale e dalla rapidità con cui il mercato sa adattarsi alle nuove regole.