Smart glass in tribunale: beccato a “barare”, poi dà la colpa a ChatGPT

Un caso shock a Londra: testimone aiutato da smart glasses in aula. Prova a scaricare la colpa su ChatGPT, ma il giudice non ci crede.
Smart glass in tribunale: beccato a “barare”, poi dà la colpa a ChatGPT

La tecnologia entra in aula, ma non sempre nel modo giusto. Un caso emerso dall’Alta Corte di Londra ha acceso i riflettori su un uso scorretto dei dispositivi indossabili durante un procedimento giudiziario, sollevando interrogativi concreti sull’affidabilità delle testimonianze nell’era digitale.

Protagonista della vicenda è Laimonas Jakštys, coinvolto in una causa legata a una società immobiliare. Durante la sua deposizione, il giudice Raquel Agnello KC ha notato comportamenti anomali: pause frequenti prima di rispondere e interferenze audio percepite anche dagli altri presenti in aula.

Il sospetto si è trasformato in certezza poco dopo. Su richiesta della corte, Jakštys è stato invitato a rimuovere gli occhiali smart che indossava. A quel punto, il suo smartphone ha iniziato a riprodurre chiaramente la voce di una persona, suggerendo che qualcuno stesse comunicando con lui in tempo reale.

La difesa dell’imputato non ha convinto. Jakštys ha sostenuto che la voce provenisse da un errore legato a ChatGPT, ma il giudice ha definito questa spiegazione “priva di credibilità”. Le verifiche successive hanno inoltre evidenziato contatti sospetti sul telefono, rafforzando l’ipotesi di un vero e proprio “coaching” esterno durante la deposizione.

La conseguenza è stata netta: testimonianza completamente respinta. Il tribunale ha stabilito che Jakštys fosse stato assistito nelle risposte e che le sue dichiarazioni fossero inattendibili, invalidando di fatto l’intero contributo fornito in aula.

Il caso non dimostra un uso reale dell’AI nei tribunali, ma evidenzia un rischio concreto: dispositivi come gli smart glasses, sempre più diffusi, possono essere utilizzati per ricevere suggerimenti in tempo reale senza essere facilmente individuati.

Per ora si tratta di un episodio isolato, ma significativo. La combinazione tra wearable e comunicazione in tempo reale potrebbe rappresentare una nuova sfida per il sistema giudiziario, chiamato a garantire trasparenza e correttezza anche in un contesto tecnologico sempre più avanzato.

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