Scout, la nuova AI di Microsoft vuole rendervi "dipendenti" da lei

Documenti interni trapelati online rivelano che, tra gli obiettivi del nuovo assistente, c'è anche quello di "rendere le persone dipendenti".
Scout, la nuova AI di Microsoft vuole rendervi

Servizi come ChatGPT e Gemini sono sempre più presenti nella vita di tutti noi, al a degli utenti, al punto che molte persone ricorrono ai chatbot AI anche per attività semplici e richieste di routine. Il confine tra reale utilità e dipendenza da queste piattaforme digitali è sottilissimo e Microsoft sembrerebbe intenzionata a superarlo.

La prima fase di Scout: “Make people addicted”

Microsoft ha recentemente annunciato Scout, un nuovo assistente AI agentico basato su OpenClaw. Stando ad alcuni documenti interni, ottenuti e pubblicati da 404 Media, tra gli obiettivi dell’azienda ci sarebbe, esplicitamente, quello di “rendere le persone dipendenti” dal servizio.

Nella documentazione trapelata c’è una sezione denominata “ClawPilot Overall Plan”. ClawPilot era infatti il nome utilizzato internamente per Scout prima del lancio ufficiale. All’interno del piano vengono descritte tre diverse fasi di sviluppo del progetto.

Secondo quanto riportato da 404 Media, la prima fase sarebbe intitolata “Make people addicted”, ovvero “Rendere le persone dipendenti”. Le successive fasi prevederebbero invece un’espansione delle capacità dell’assistente attraverso l’integrazione con un numero maggiore di servizi AI e l’aggiunta di nuove funzionalità.

Un dipendente Microsoft, che ha preferito restare anonimo, ha commentato il contenuto dei documenti con la testata statunitense: secondo la fonte, si starebbe osservando un aumento dei casi di dipendenza legati ai chatbot e agli agenti AI e, proprio per questo motivo, ritiene che nessun prodotto dovrebbe includere esplicitamente tale obiettivo nella propria strategia di sviluppo.

La stessa fonte avrebbe avrebbe definito il documento come uno di quei casi in cui viene espresso apertamente ciò che normalmente resta implicito. La questione si inserisce in un dibattito più ampio, che coinvolte l’intero settore tech: da anni, molte piattaforme social e di servizi digitali utilizzano il coinvolgimento degli utenti come uno dei principali indicatori interni di successo.

Maggiore è il tempo trascorso dagli utenti all’interno di un’applicazione o di un servizio, maggiore è generalmente il valore attribuito alla piattaforma. Per questo motivo, aziende e sviluppatori introducono regolarmente nuove funzionalità, modifiche all’interfaccia e strumenti progettati per aumentare il tempo di utilizzo dei propri servizi. L’obiettivo finale di tutte le principali aziende, ha sottolineato un altro dipendente alla testata, è quello di creare software in grado di generare una forte fidelizzazione degli utenti.

Ciò che emerge dai documenti relativi a Scout, però, è la presenza di un riferimento diretto (ma che potrebbe essere anche frutto di una formulazione errata della frase) all’idea di creare dipendenza. Tema, peraltro, sempre più noto all’attenzione pubblica: negli ultimi mesi sono cresciute le discussioni sull’impatto psicologico dei chatbot e sul loro utilizzo intensivo da parte di alcuni utenti, che – secondo uno studio – potrebbero portare a convinzioni deliranti nelle persone più vulnerabili.

Sebbene Scout venga descritto come uno strumento AI agentico e non come un chatbot più in generale, questi nuovi documenti hanno contribuito ad accendere nuove riflessioni sulle strategie adottate dalle aziende nel settore dell’Intelligenza Artificiale e sul ruolo che questi strumenti potrebbero assumere nella vita quotidiana degli utenti.

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