La rivoluzione normativa sulla copia privata in Italia prende forma a partire da febbraio 2026, con l’entrata in vigore del nuovo decreto Giuli che introduce una vera e propria tassa sul cloud. La misura, firmata dal ministro Alessandro Giuli, rappresenta un cambio di paradigma: non più solo i tradizionali supporti fisici, ma anche lo storage in cloud viene sottoposto a compenso, generando un acceso dibattito tra chi difende i diritti degli autori e chi si preoccupa per l’impatto sui consumatori e sull’innovazione digitale.
Il cuore della novità risiede nel meccanismo di tassazione ricorrente: per la prima volta, il cloud storage non sarà più esente da prelievi, ma verrà tassato con una quota mensile calcolata per gigabyte e per utente attivo. Le tariffe cloud stabilite sono di 0,0003 euro per GB mensile fino a 500 GB, e di 0,0002 euro per GB oltre tale soglia, con un massimale di 2,40 euro mensili per utente. Chi, ad esempio, utilizza 100 GB di spazio online, pagherà circa 3 centesimi al mese, mentre per 1 TB il costo salirà a 15 centesimi mensili. Importi apparentemente irrisori, ma che segnano un precedente normativo e aprono la strada a futuri possibili aumenti.
La base giuridica di questa estensione risale a una sentenza della Corte di Giustizia UE del 2022, che ha assimilato il server cloud a “qualsiasi supporto” ai fini dell’obbligo di compenso copia privata. Il decreto Giuli introduce anche una rivalutazione delle tariffe in base all’indice ISTAT, con incrementi tra il 15% e il 40% a seconda del tipo di dispositivo e della memoria.
La struttura tariffaria risulta particolarmente articolata: smartphone e tablet sono soggetti a compensi che vanno da 3,39 euro per i modelli con meno di 8 GB, fino a 9,69 euro per quelli oltre i 2 TB. Un dispositivo di fascia media con 128-256 GB, ad esempio, sarà gravato da una tassa tra 7,36 e 8,06 euro. I personal computer prevedono una quota fissa di 6,07 euro, mentre televisori e decoder con capacità di registrazione dovranno versare 4,67 euro per unità. Gli hard disk, sia meccanici che SSD, vengono tassati da 0,011 euro per GB (fascia 160-500 GB) a 0,009 euro per GB oltre i 2 TB, con un massimo di 21,02 euro per dispositivo.
Un aspetto fortemente dibattuto riguarda i dispositivi ricondizionati. Per la prima volta, anche questi rientrano nel perimetro del decreto e sono soggetti agli stessi compensi dei prodotti nuovi. Di conseguenza, uno smartphone ricondizionato acquistato su piattaforme come Swappie o Amazon verrà tassato una seconda volta, nonostante la tassa sia già stata pagata al primo acquisto. Questo elemento ha sollevato perplessità sia tra i consumatori sia tra le aziende attive nel settore del ricondizionamento.
Le reazioni sono state immediate e polarizzate. Da un lato, le organizzazioni che rappresentano il settore musicale, in primis la SIAE, accolgono con favore la riforma, considerandola un passo essenziale per garantire una giusta remunerazione agli artisti nell’era dell’archiviazione remota. Secondo le stime dell’Isicult, il gettito complessivo per gli enti di collecting (SIAE, Fimi, Nuovo Imaie, Scf) salirà da circa 130 milioni di euro nel 2020 a 154 milioni grazie alle nuove disposizioni.
Sul fronte opposto, le critiche più accese provengono dalle associazioni di categoria tecnologiche, come AIIP e Assitel, e dalle organizzazioni di tutela dei consumatori. Unione Nazionale Consumatori, guidata da Massimiliano Dona, ha definito la misura «l’ennesima gabella dal sapore medievale», sottolineando l’anacronismo di una tassa che si applica in un’epoca dominata dallo streaming e dalla fruizione digitale, piuttosto che dalla copia privata tradizionale.
Il nodo ideologico tocca proprio il senso della copia privata nel 2026: una pratica ormai residuale, vista la diffusione di servizi come Spotify, Netflix e Apple Music. I giovani ascoltano musica e guardano film in streaming, rendendo la duplicazione su disco personale sempre meno frequente. Eppure, la struttura della tassa continua a finanziare solo il settore musicale e audiovisivo, lasciando fuori altre forme di cultura digitale.
Ulteriore elemento di discussione è l’estensione della tassa anche ai servizi cloud gratuiti o quasi universali: i 15 GB di Gmail, i 5 GB degli iPhone, lo spazio Amazon Foto per i clienti Prime. In questi casi, chiunque archivi un file – sia esso un documento di lavoro, una foto privata o un backup – è soggetto al compenso, indipendentemente dalla presenza effettiva di contenuti protetti o meno.
Il sottosegretario Gianmarco Mazzi ha definito il provvedimento come un «adeguamento ISTAT», sottolineando che la Francia, con una popolazione simile, raccoglie circa 255 milioni di euro all’anno da misure analoghe. Resta da vedere se i provider e i produttori trasferiranno questi costi sui consumatori finali, trasformando la tassa da importo forfettario a voce significativa sulle fatture di abbonamento e acquisto dispositivi.