ChatGPT, 5 cose che è meglio non affidargli mai

ChatGPT è utile, ma non per tutto: ecco cinque casi in cui usarlo può esporre dati sensibili, creare errori o aumentare i rischi reali seri.
ChatGPT, 5 cose che è meglio non affidargli mai

ChatGPT può aiutare a scrivere, programmare, riassumere documenti e comprendere argomenti complessi. Il problema nasce quando un chatbot viene trattato come qualcosa che non è: un avvocato, un medico, uno psicoterapeuta o una cassaforte per informazioni riservate.

Gli stessi documenti di OpenAI ricordano che le risposte possono contenere errori e che, nelle decisioni importanti in campo medico, legale o finanziario, è necessario il controllo di un professionista qualificato. Le politiche entrate in vigore nell’ottobre 2025 vietano inoltre la fornitura di consulenza personalizzata che richiede una licenza professionale senza un adeguato coinvolgimento di un esperto abilitato.

Ci sono quindi almeno cinque situazioni nelle quali conviene fermarsi prima di premere Invio.

1. Non usarlo come sostituto di un avvocato

Chiedere a ChatGPT di spiegare cosa sia una clausola contrattuale o come funzioni in generale una determinata procedura può essere utile. Diverso è affidargli la strategia per una causa reale o utilizzare senza verifiche citazioni e precedenti prodotti dal modello.

I chatbot possono infatti generare riferimenti apparentemente credibili ma inesistenti. Casi di avvocati e parti processuali che hanno depositato documenti contenenti precedenti inventati dall’IA hanno già portato tribunali di diversi Paesi a intervenire con sanzioni.

C’è poi il tema della riservatezza. Una conversazione con ChatGPT non gode automaticamente del segreto professionale avvocato-cliente. Anche Sam Altman ha riconosciuto pubblicamente nel 2025 che il quadro giuridico non offre alle chat con l’IA le stesse garanzie di riservatezza previste per alcune professioni.

Meglio quindi usare l’IA per orientarsi su concetti generali, non per consegnarle dettagli riservati di una controversia.

2. Non trasformarlo nel proprio terapeuta

Un chatbot può aiutare a mettere in ordine i pensieri o suggerire strategie generali per gestire una giornata difficile. Questo non lo rende però uno psicoterapeuta.

Il tema è diventato particolarmente delicato dopo diversi casi che hanno coinvolto utenti vulnerabili. Nel 2025 la famiglia del sedicenne Adam Raine ha citato OpenAI in giudizio sostenendo che ChatGPT avesse contribuito ad aggravare la situazione del ragazzo; OpenAI ha contestato la ricostruzione e il procedimento resta materia giudiziaria.

L’azienda ha successivamente lavorato con oltre 170 professionisti della salute mentale per migliorare le risposte nelle conversazioni più sensibili.

Ricerche pubblicate nel 2026 hanno però evidenziato limiti ancora presenti in aree come disturbi alimentari, abuso di sostanze, insonnia e disturbo bipolare.

L’IA può essere un supporto informativo, ma non dovrebbe diventare l’unico interlocutore quando è necessario un aiuto clinico reale.

3. Non incollare documenti aziendali riservati

Codice sorgente, contratti non pubblici, elenchi di clienti, credenziali interne e documenti coperti da NDA non dovrebbero finire automaticamente in un account personale di ChatGPT.

Le aziende possono avere regole interne molto precise sull’utilizzo dell’IA, e violarle può creare problemi di sicurezza e conformità.

Va anche fatta una distinzione importante tra i diversi prodotti OpenAI. Nei normali account personali, in base alle impostazioni, il contenuto può essere utilizzato per migliorare i modelli. L’opzione può essere disattivata da Impostazioni > Controlli dei dati > Migliora il modello per tutti. Per Business, Enterprise, Edu e API, invece, OpenAI dichiara che i dati non vengono utilizzati per l’addestramento per impostazione predefinita. Questo, comunque, non sostituisce le policy dell’azienda per cui si lavora.

4. Non affidargli diagnosi e terapie

ChatGPT può spiegare il significato di un termine medico o aiutare a preparare domande da rivolgere al medico. Non dovrebbe decidere una diagnosi, modificare una terapia o indicare autonomamente cosa assumere.

Un caso pubblicato nel 2025 ha mostrato quanto un fraintendimento possa diventare pericoloso: un uomo di 60 anni, dopo aver cercato informazioni su come eliminare il cloruro dalla dieta, arrivò ad assumere bromuro di sodio per mesi e fu ricoverato per tre settimane. I medici non ebbero accesso alle sue chat originali, quindi non fu possibile stabilire esattamente cosa gli avesse suggerito il modello; ripetendo però una richiesta simile con una vecchia versione di ChatGPT, ottennero anche riferimenti al bromuro senza adeguati avvertimenti sanitari.

Anche OpenAI specifica che i suoi servizi non sono destinati alla diagnosi o al trattamento delle condizioni mediche.

5. Non inserire password, documenti o numeri bancari

La regola più semplice è anche quella più importante: una password non deve mai essere inserita in un chatbot.

Lo stesso vale per codici OTP, PIN, numero completo della carta, coordinate bancarie, immagini del passaporto, documenti d’identità e altre credenziali utilizzabili per accedere a un account.

Nel 2025 alcune conversazioni ChatGPT condivise pubblicamente finirono persino indicizzate dai motori di ricerca. La funzione che consentiva di renderle individuabili venne poi rimossa rapidamente da OpenAI, che riconobbe il rischio di condivisioni involontarie.

Esistono oggi controlli della privacy più granulari, comprese le chat temporanee, che non entrano nella cronologia e non vengono utilizzate per migliorare i modelli mentre restano temporanee. Possono comunque essere conservate per un massimo di 30 giorni per ragioni di sicurezza.

La regola pratica rimane però molto più facile da ricordare: se un’informazione sarebbe pericolosa nelle mani della persona sbagliata, meglio non inserirla affatto in un prompt.

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