L’impatto delle dazi statunitensi sui portafogli americani sta finalmente mostrando tutto il suo peso, e le famiglie iniziano a sentire una pressione crescente nelle loro abitudini di acquisto. Secondo le ultime dichiarazioni di Andy Jassy, CEO di Amazon, il meccanismo che aveva temporaneamente schermato i prezzi al dettaglio dall’ondata inflazionistica generata dalle nuove tariffe commerciali si è ormai dissolto, lasciando spazio a una fase di incertezza che sta ridefinendo il panorama della grande distribuzione.
Negli ultimi mesi, la strategia adottata dal colosso dell’e-commerce e dai suoi partner aveva rappresentato un vero e proprio scudo: anticipando massicci acquisti, le aziende avevano accumulato un inventario di prodotti acquistati a costi più bassi, riuscendo così a mantenere i prezzi stabili anche dopo l’introduzione delle nuove misure protezionistiche. Questa manovra aveva permesso ai consumatori americani di non percepire immediatamente il rincaro, mascherando l’impatto delle politiche tariffarie decise dall’amministrazione Trump. Tuttavia, come confermato dallo stesso Jassy in recenti interviste e durante il World Economic Forum di Davos, l’effetto di questo cuscinetto si è esaurito già dall’autunno scorso: le scorte sono terminate e il sistema non è più in grado di contenere l’inevitabile rialzo dei prezzi.
La fine della fase di protezione apre ora uno scenario complesso per il settore retail. Le aziende si trovano davanti a una scelta cruciale: trasferire l’intero peso dei nuovi costi sui clienti finali, assorbire parte degli aumenti a scapito dei propri margini operativi, oppure cercare un delicato equilibrio che permetta di salvaguardare la competitività senza compromettere la redditività. Alcuni operatori hanno già optato per un adeguamento diretto dei prezzi, altri stanno tentando di contenere i rincari pur di mantenere stabile la domanda. C’è poi chi, per non sacrificare i propri margini, sperimenta formule miste e flessibili, adattando le strategie in base all’andamento del mercato e alle risposte dei consumi consumatori.
Questa nuova biforcazione strategica segna una netta discontinuità rispetto al recente passato, quando Amazon poteva garantire una sostanziale stabilità nei listini. L’attuale transizione verso una fase di pressioni inflazionistiche mette in luce le vulnerabilità di un settore che tradizionalmente opera con margini operativi molto contenuti: come sottolineato da Jassy, un incremento del 10% nei costi può rivelarsi devastante per la sostenibilità finanziaria delle aziende, lasciando poco spazio di manovra per assorbire shock esterni senza impattare i prezzi al consumo.
Un’analisi pubblicata dal Kiel Institute for the World Economy contribuisce a definire meglio la portata del fenomeno: il 96% dell’onere generato dalle tariffe commerciali ricade direttamente sulle spalle dei consumatori statunitensi, mentre solo una minima parte, pari al 4%, viene effettivamente sostenuta dagli esportatori stranieri. Questo dato sfata il mito secondo cui i dazi avrebbero una funzione protettiva nei confronti del mercato interno, evidenziando invece come il costo reale venga trasferito quasi interamente alle famiglie americane.
A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge la recente abolizione della scappatoia de minimis, il meccanismo normativo che consentiva l’importazione di beni a basso costo senza l’applicazione dei dazi. L’ordine esecutivo emanato lo scorso agosto ha eliminato questa possibilità, privando Amazon e i piccoli venditori di uno degli strumenti principali per mantenere i prezzi competitivi e contenere le ricadute delle nuove misure tariffarie.
Nonostante le dichiarazioni pubbliche che sottolineano l’impegno a garantire prezzi al dettaglio accessibili, lo stesso Jassy ammette che le abitudini di acquisto degli americani stanno cambiando in modo significativo. I consumatori, pur dimostrando una certa resilienza, stanno orientando le proprie scelte verso prodotti più economici, manifestano un interesse crescente per le offerte promozionali e tendono a rimandare gli acquisti di beni discrezionali e di fascia alta. Questo nuovo atteggiamento riflette una maggiore consapevolezza rispetto al contesto economico sfavorevole e una crescente attenzione al valore reale della spesa.