Negli ultimi due anni, il panorama della pirateria digitale in Italia ha subito una trasformazione radicale, spinto da una strategia di contrasto senza precedenti. Oltre 65 mila domini sono stati disabilitati e circa 14 mila indirizzi IP sono stati neutralizzati, segnando una svolta decisa nella lotta alla diffusione illegale di contenuti online. Il punto di svolta è stato raggiunto con la storica sanzione da 14 milioni di euro inflitta a Cloudflare, uno dei colossi mondiali delle infrastrutture internet, da parte dell’Agcom. Questa decisione, adottata il 29 dicembre 2025, rappresenta non solo un monito, ma anche un segnale di come l’Italia stia ridefinendo il ruolo degli attori tecnologici nella tutela dei diritti d’autore.
Tutto ha avuto inizio nel febbraio 2025, quando l’Agcom – l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni – ha imposto a Cloudflare un ordine chiaro: disabilitare l’accesso ai siti pirata, intervenendo direttamente sulla risoluzione DNS e sul routing del traffico. L’azione si fondava sulla nuova legge antipirateria 93/2023 e sull’implementazione della piattaforma Piracy Shield, strumenti cardine dell’attuale architettura antipirateria italiana. Nonostante la chiarezza e la forza della richiesta, la società californiana ha scelto di non adottare alcuna contromisura concreta, ignorando sistematicamente gli ordini dell’Autorità.
La scelta di concentrare l’azione proprio su Cloudflare non è casuale. L’azienda rappresenta uno snodo cruciale nel funzionamento delle infrastrutture internet mondiali: fornisce servizi di protezione DDoS, caching e molto altro a miliardi di siti web. Una parte consistente dei portali dediti alla pirateria digitale si affida proprio ai suoi server per eludere i controlli e garantire l’accessibilità ai contenuti protetti. In questo scenario, la collaborazione di un attore di tale rilevanza diventa determinante per la reale efficacia delle strategie di contrasto alla violazione dei diritti d’autore.
Ma il nuovo quadro normativo italiano non si limita a colpire i gestori di piattaforme streaming illegali. La legge antipirateria 93/2023 ha ampliato in modo significativo la platea dei soggetti responsabili: oggi, tra gli obbligati al rispetto delle disposizioni antipirateria, rientrano anche i fornitori di servizi VPN, i gestori di DNS pubblici e persino i motori di ricerca. Un’estensione che, di fatto, obbliga alla cooperazione anche realtà con sede fuori dai confini nazionali, rafforzando l’efficacia del sistema italiano e mettendo pressione su tutti gli operatori coinvolti nella catena della distribuzione dei contenuti digitali.
L’aspetto più dirompente della vicenda è la sanzione imposta a Cloudflare: un ammontare pari all’1% del fatturato globale dell’azienda, che assume il valore di un messaggio inequivocabile all’intero settore. L’Italia, con questa decisione, si distingue nel contesto europeo per la fermezza nell’applicazione di strumenti sanzionatori e per la volontà di tutelare in modo concreto i diritti d’autore degli operatori culturali e industriali. Nonostante ciò, il percorso non è stato privo di dissensi: la Commissaria Elisa Giomi ha espresso voto contrario, sollevando interrogativi sulla proporzionalità della misura e sulle possibili conseguenze per i provider di servizi internet.
Per Cloudflare e per tutti gli altri fornitori di infrastrutture internet, il messaggio lanciato dall’Agcom è inequivocabile: la conformità agli ordini dell’Autorità non può essere considerata opzionale. Le conseguenze economiche di una mancata collaborazione possono essere rilevanti e il rischio di ulteriori provvedimenti non è da sottovalutare. In questo scenario, la piattaforma Piracy Shield emerge come uno strumento centrale per il monitoraggio e il blocco tempestivo dei contenuti illeciti, consolidando il ruolo dell’Italia come laboratorio normativo all’avanguardia nella lotta alla pirateria digitale.