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Cellulari: il problema sicurezza c'è 25 Agosto 2008
Negli Stati Uniti d’America, è risaputo, le class action vanno per la maggiore. In questi ultimi mesi, e soprattutto in quest’ultimo periodo, l’espressione ha conosciuto e sta conoscendo una popolarità via via maggiore anche da noi, a causa delle ultime scelte dei gestori telefonici, riuniti e non più competitor sotto l’esigenza comune del rialzo incondizionato di cui vi abbiamo riferito nelle settimane scorse.
In Italia, però, formare class action non è ancora possibile, e dunque non si potrà fare come quell’utente Apple dell’Alabama, che ha fatto causa alla casa di Cupertino per comunicazione ingannevole in fase di pubblicizzazione del nuovo iPhone 3G. La motivazione, come riportata nella news di qualche giorno fa, è quella di avere disilluso le attese, presentando protocolli di trasmissione dati che si sono rivelati poco performanti, o comunque inferiori a quanto proposto durante il lancio.
Sicuramente, molti di voi avranno pensato, da fan sfegatati della telefonia mobile: “…Se avessi sporto denuncia ogni volta che le mie attese su un cellulare sono state disilluse, avrei passato anni della mia vita in tribunale…”. Oppure no, magari questa considerazione non l’avete fatta, ma chi vi scrive ammette che sì, un pensierino gli è venuto.
Mentre Apple persiste a trincerarsi dietro a un silenzio che comincia a far venire qualche dubbio, Nokia prepara il proprio esordio fra i terminali touchscreen, così come Research In Motion (la madre dei Blackberry, ma sicuramente lo sapete). Il quesito che ci continuiamo a porre in redazione, invece, è un altro: ma la sicurezza dei nuovi device?
Di recente, abbiamo ricevuto sempre più spesso segnalazioni relative alla facilità con cui dati sensibili passano di mano o sfuggono al controllo dell’utente, senza grosse possibilità di arresto. L’esempio dell’applicazione spia su iPhone 3G ha alimentato la fazione di chi pensa che i dati personali conservati sui dispositivi non siano così al sicuro.
Mentre i cellulari crescono dal punto di vista funzionale, mentre la connettività conosce protocolli sempre più performanti, almeno sulla carta, non vediamo un miglioramento nella sicurezza. La passività dei sistemi di allarme, leggi i vari codici inseriti dall’utente, non sono più sufficienti per blindare le proprie informazioni, soprattutto per quel settore business che non può prescindere dall’utilizzo di PDA e telefonini.
Ultimamente, un protocollo attivo è arrivato da Nokia, che non lega più la protezione al semplice modello in possesso dell’utente, ma separa i due concetti mediante Nokia Intellisync Device Managment, un sistema che promette di cancellare in remoto e bloccare i cellulari rubati, al fine di salvaguardare e-mail e dati contenuti.
A prescindere dalla ricetta di Nokia, però, il problema rimane di grande rilievo: sperare che il mondo della telefonia mobile continui a crescere senza fornire piattaforme adeguate per la protezione delle informazioni è un controsenso, proprio perché la crescita stessa deve passare anche per il numero, la qualità e l’importanza dei dati scambiati e conservati.
Lanciamo l’appello ai produttori, sperando che qualcuno legga il nostro “messaggio nella bottiglia” di fine estate.
In Italia, però, formare class action non è ancora possibile, e dunque non si potrà fare come quell’utente Apple dell’Alabama, che ha fatto causa alla casa di Cupertino per comunicazione ingannevole in fase di pubblicizzazione del nuovo iPhone 3G. La motivazione, come riportata nella news di qualche giorno fa, è quella di avere disilluso le attese, presentando protocolli di trasmissione dati che si sono rivelati poco performanti, o comunque inferiori a quanto proposto durante il lancio.
Sicuramente, molti di voi avranno pensato, da fan sfegatati della telefonia mobile: “…Se avessi sporto denuncia ogni volta che le mie attese su un cellulare sono state disilluse, avrei passato anni della mia vita in tribunale…”. Oppure no, magari questa considerazione non l’avete fatta, ma chi vi scrive ammette che sì, un pensierino gli è venuto.
Mentre Apple persiste a trincerarsi dietro a un silenzio che comincia a far venire qualche dubbio, Nokia prepara il proprio esordio fra i terminali touchscreen, così come Research In Motion (la madre dei Blackberry, ma sicuramente lo sapete). Il quesito che ci continuiamo a porre in redazione, invece, è un altro: ma la sicurezza dei nuovi device?
Di recente, abbiamo ricevuto sempre più spesso segnalazioni relative alla facilità con cui dati sensibili passano di mano o sfuggono al controllo dell’utente, senza grosse possibilità di arresto. L’esempio dell’applicazione spia su iPhone 3G ha alimentato la fazione di chi pensa che i dati personali conservati sui dispositivi non siano così al sicuro.
Mentre i cellulari crescono dal punto di vista funzionale, mentre la connettività conosce protocolli sempre più performanti, almeno sulla carta, non vediamo un miglioramento nella sicurezza. La passività dei sistemi di allarme, leggi i vari codici inseriti dall’utente, non sono più sufficienti per blindare le proprie informazioni, soprattutto per quel settore business che non può prescindere dall’utilizzo di PDA e telefonini.
Ultimamente, un protocollo attivo è arrivato da Nokia, che non lega più la protezione al semplice modello in possesso dell’utente, ma separa i due concetti mediante Nokia Intellisync Device Managment, un sistema che promette di cancellare in remoto e bloccare i cellulari rubati, al fine di salvaguardare e-mail e dati contenuti.
A prescindere dalla ricetta di Nokia, però, il problema rimane di grande rilievo: sperare che il mondo della telefonia mobile continui a crescere senza fornire piattaforme adeguate per la protezione delle informazioni è un controsenso, proprio perché la crescita stessa deve passare anche per il numero, la qualità e l’importanza dei dati scambiati e conservati.
Lanciamo l’appello ai produttori, sperando che qualcuno legga il nostro “messaggio nella bottiglia” di fine estate.
di Luca Bordoni / Telefonino.net
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