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Motorola, Palm e Sony Ericsson giocano le ultime carte 28 Maggio 2009
Restate sintonizzati perché da qui a dicembre ne vedremo delle belle: marchi storici della telefonia giocheranno il tutto per tutto per non affondare e, magari, tornare a giocare da leader. Sono Motorola, Sony Ericsson, Palm. Ed è interessante la via d’uscita che hanno trovato: internet, il mondo delle web application e delle piattaforme dove eserciti di sviluppatori sono pronti a sfornare software con cui gli utenti possono rendere il proprio cellulare sempre diverso, unico e sofisticato.
Il quadro, si sa, è infelice: secondo i dati Gartner, nel primo trimestre 2009 le vendite di cellulari sono calate del 9,6 per cento. E la crisi al solito si comporta con le aziende a mo’ di spazzino: ripulisce il mercato da quelle più deboli; mentre le più forti hanno le spalle abbastanza grandi per reggere il colpo. Queste ultime sono certamente Nokia, Samsung e Lg; Motorola e Sony Ericsson (per completare l’elenco dei primi cinque produttori al mondo) invece rischiano di essere nella prima categoria. Motorola soffre da parecchio; Soy Ericsson ha bisogno di 100 milioni per superare la burrasca. Un altro marchio storico è Palm. Un tempo leader dei palmari, non ha saputo ben ripensarsi nel mondo degli smartphone.
La cosa interessante per noi consumatori è che questi marchi non si sono arresi. Anzi: ora proveranno le loro carte migliori. Palm, con il Pre, che cerca di fare proprie le caratteristiche più popolari adesso in uno smartphone: il touchscreen, la qwerty, il sistema operativo internet centrico (già il suo nome dice tutto: WebOs). Sony Ericsson e Motorola invece puntano molto su Android, che forse diventerà il loro sistema operativo d’elezione. Da quando Nokia ha comprato Symbian, non hanno più un sistema a cui affidare le proprie strategie.
E il sistema è sempre più cruciale, perché la tendenza vede gli smartphone diventare sempre più comuni e popolari, come nota Forrester Research in un recente rapporto che Telefonino.net ha potuto leggere. Il motivo è che le persone sempre più vogliono cellulari in grado di fare due cose: usare internet con libertà e comodità simili a quelle su pc; espandere le proprie funzionalità con un universo sterminato e vario di applicazioni. Android, come il sistema dell’iPhone, soddisfa entrambe le esigenze.
Android è però un sistema destinato ad andare su cellulari di marche diverse. Come possono fare Motorola, Sony Ericsson, Acer per avere un numero sufficiente di applicazioni Android che funzionino sui loro modelli? Appunto scommettendo molto su Android. Solo così possono sperare di entrare in un circolo virtuoso, che implica vendere molti cellulari Android e quindi dare agli sviluppatori un buon motivo per fare tante applicazioni per quei modelli. È probabile che ci sarà una sfida tra i marchi che puntano su Android, per avere il maggior numero di applicazioni compatibili e così ottenere un vantaggio competitivo notevole. Una gara che sarà solo in parte mitigata dal fatto che alcune applicazioni Android saranno più “standard” perché basate sul browser.
La previsione insomma è di avere nei prossimi mesi un diluvio di smartphone, più internet-centrici e soprattutto più vari rispetto a quelli finora usciti. Le aziende faranno a gara (alcune con la sopravvivenza in mente) non solo per migliorare i prodotti, ma anche per differenziarsi dagli avversari, quindi. Del resto, secondo gli analisti gli smartphone sono l’unica categoria di cellulari che ancora cresce nelle vendite.
Forrester prevede che nel lungo periodo quasi tutti i cellulari saranno “smartphone” come li intendiamo oggi, cioè con un sistema dove è possibile installare applicazioni. Propone quindi di non parlare più di smartphone in modo generico, ma di suddividerli in categorie: quelli più adatti a consumare contenuti (web 1.0, mail, video…) e quelli specializzati nella creazione (scrittura, foto, web 2.0…). Quelli che hanno il focus nell’utilità pratica (Blackberry) e quelli che sono ottimali per l’intrattenimento (iPhone). Infine, l’ultima categoria è l’apertura della piattaforma e la ricchezza di applicazioni.
di alessandro longo
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